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Il tempo perduto

  
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E così passarono i giorni e poi le settimane, senza che mi prendessi più il disturbo di contarle. Avevo perso il mio obiettivo. Dopo le grottesche rivelazioni di Charles non mi rimaneva che considerare la mia indagine conclusa. Non volevo più pensare ad Adrian, il mio tanto mitizzato modello. E persi anche la fiducia nella pratica musicale come integratore per la mente e come strumento prodigioso per esplorare le profondità più remote dello spirito.
A volte stavo per ore alla finestra, a guardare la gente che andava o veniva dalla stazione. Oppure giravo in bicicletta per quelle vaste pianure, cercando la bellezza e l'incanto che vestivano in tempi remoti e che non trovavo più ormai si erano perduti nel presente. O forse perché non li sapevo più vedere. In realtà i laghetti fioriti attraversati dai ponticelli giapponesi mentre i fiori galleggiano nell'acqua, iniziavano a starmi stretti, la gente mi irritava e anche il suono delle campane di Meseglise era in grado di contrariarmi. Non avevo più un progetto e affrontavo con smarrimento il mio periodo più nichilista. L'illusione che la musica fosse la porta di accesso a un livello spirituale superiore era evaporata per via del comportamento indegno di mio nonno, che smentiva senza appello l'ipotesi che la pratica della composizione musicale fosse una via per salvarsi e magari raggiungere stati di coscienza più elevati. Iniziai a chiedermi se cercare melodie, spostare accordi, muovere voci non fosse che una variante delle parole incrociate o di quei labirinti di carta dove bisogna tracciare con una matita la via per raggiungere il tesoro. Continuavo a scrivere musica, ormai era un'abitudine, ma senza l'illusione che fosse la chiave di accesso a verità nuove. Charles con le sue rivelazioni, aveva smontato in un pomeriggio un castello di fantasticherie che mi ero costruito arbitrariamente e che non presentava alcun punto di incrocio con la realtà dei fatti, una realtà tristemente ordinaria e priva di qualsiasi riferimento all'arte e al pensiero profondo.
Un giorno decisi di andare a cercare Charles a casa sua, un luogo che lui frequentava raramente ma che io conoscevo bene perché sulla strada del percorso che preferivo per le mie lunghe passeggiate meditabonde, quello dalla parte di Swann. Parlo di una vecchia casetta di campagna non lontana da Combray, che mi aveva colpito per la sua resistenza tenace al passare del tempo. La osservavo ogni volta che passavo e le avevo persino scattato una fotografia. (Questa).

In realtà, adesso che ricordo bene, non avrei mai deciso di andare a visitare Charles a casa sua; Annie continuava a dirmi che ogni volta che lo incontrava lui continuava a ripeterle che mi cercava perché voleva parlarmi. Ma io non avevo molta voglia di incontrarlo, avevo bisogno di tempo per digerire il suo racconto e conformarmi a una realtà che quel pomeriggio mi aveva aggredito e poi distrutto tutte le mie più serene speranze.
È successo invece che un pomeriggio, passando davanti a quella casa ho visto che Charles era lì, stava tornando dal pollaio con tre uova in mano e appena mi vide passare mi venne incontro.
-Entra, cuginastro, che ci beviamo un bicchiere.

Sono entrato in quella casa guardandomi intorno con grande circospezione, perché c'erano gatti dappertutto, non erano cani, come mi aveva detto qualcuno, ma gatti, sul divano, sulla poltrona, sulle sedie della cucina.
A prima vista quello mi sembrò l'habitat umano più desolato che avessi visto.
C'era una puzza insopportabile e dissi chiaramente a Charles che se non avesse aperto tutte le finestre me ne sarei andato subito e il bicchiere se lo sarebbe bevuto da solo. Ma quel giorno Charles era più docile di quando lo avevo conosciuto, quando mi aveva fatto pagare il suo pranzo dalle Due Sorelle, e trascinato in giro come un cagnolino, fino a farmi incazzare come un puma. Al contrario faceva di tutto per mostrarsi cortese e premuroso. Sgomberò una sedia dal gatto che ci dormiva sopra e mi pregò di accomodarmi mentre prendeva la bottiglia e i bicchieri. Pensai che invitarmi a entrare in quella casa per lui significava ammettermi nella sua sfera privata, che differisce per tutti da quella pubblica, l'unica che avevo conosciuto fin ora, dove amava rappresentarsi come persona ruvida e decisamente sgradevole.
Quando vidi che la bottiglia era di Spirito dei Guermantes gli chiesi se conosceva Andrée e Albertine, per sapere cosa ne pensava.
-Si, le conosco. E conosco anche Annie, che fa parte del trio. Quella con cui te la intendi da un po' di tempo. Tanti auguri, sono in molti a dire che è una donna dalla vagina notevolmente impaziente.
Iniziai a irritarmi e a rimpiangere di essere entrato in quella casa fetente. Non lo avevo mai invitato a entrare nel mio ambito privato e non gradivo da lui alcun commento sulla mia vita sentimentale.
Ma lui proseguì senza tener conto del mio disappunto.
-Annie ha paura di me e scappa tutte le volte che mi vede. Secondo me ha paura che suo nipote, quello che è scappato in città, l'unico amico che avevo a Combray, mi abbia raccontato qualcosa della sua infanzia di cui lei non va fiera. Ho provato a dirle che non è così, ma non l'ho convinta. E così si nasconde quando mi vede.
L'altra, tutte le volte che mi incontra prova a psicanalizzarmi, mi fa domande strane e mi invita sempre ad andarla a trovare nel suo studio per raccontarle qualche porcheria della mia vita passata. Si è messa in testa di farmi vergognare per i miei istinti, ma se le chiedo di lei fa mostra di una gran riservatezza, con i suoi se e i suoi forse.
E Albertine è quella che vuole aiutarmi a tutti i costi, mi chiede cosa può fare per me e non capisce che non ho bisogno del suo aiuto, perché non mi serve l'aiuto di nessuno. Bisogna scoraggiare la gente che si occupa di noi, io mi son sempre regolato così.
Per cambiare discorso e punzecchiarlo un po' gli chiesi se era vero che Charles non è il suo vero nome, ma tutti lo avevano soprannominato Charles perché il nonno di suo padre era il miglior amico di Charles Swann e il fatto di vantarsene con orgoglio e ricordarlo a tutti in modo costante e spesso fuori luogo, lo aveva reso ridicolo per tutto il villaggio.
Ci pensò un po' prima di rispondere e prima tracannò il bicchiere ancora mezzo pieno di Spirito dei Guermantes:
- è vero che il nonno di mio padre era un buon amico di Swann, e in seguito anche del dottor Proust, ma non è vero che se ne vantava con tutti. È stato ridicolizzato e poi isolato da tutto il villaggio perché era l'unico socialista di Combray e quindi ogni calunnia andava bene. Ad ogni elezione c'era un solo voto per il POF nell'urna del paese e tutti sapevano che era il suo. È la stessa cosa che succede a me, tutti mi danno del matto solo perché sono l'unico comunista qui intorno.
Per difendere i loro valori, che poi sono la rivalità, la competizione, l'aggressività, la gelosia, si sono ridotti a odiare tutti, me compreso, senza alcuna chiarezza. Ma non ho voglia di parlare di politica adesso e in ogni caso non mi chiamano Charles per quello che dici. Charles perché molto tempo fa girava per il paese un gatto randagio che tutti conoscevano, lo chiamavano Charles e tutti dicevano che mi assomigliava in modo straordinario. Quindi per implementare il disgustoso processo di ridicolizzazione messo su nei miei confronti, come precisa strategia politica per screditare l'avversario hanno cominciato a chiamarmi Charles. E io ho cominciato a ospitare gatti perché quel randagio che mi sono portato a casa ha richiamato parenti, amici e semplici conoscenti e così adesso ci ritroviamo nella situazione che vedi.
-E quale sarebbe Charles, tra tutti questi gatti? Voglio vedere se ti assomiglia davvero.
-Non c'è più, è morto. Lasciandomi in custodia tutta la sua comunità.
Per uscire dall'atmosfera dolente imposta dal ricordo della morte del gatto decisi di tornare alla politica
-lo hai detto solo per il piacere di insultarmi o pensi davvero che tutti gli italiani siano fascisti?
-E mafiosi. No, non lo penso davvero, volevo solo farti incazzare per vedere la tua reazione. A me piace studiare le persone nei loro momenti di massima sollecitazione, e tu mi sembri un tipo parecchio misurato. Ma non è di questo che ti volevo parlare. Ho chiesto ad Annie tante volte di convincerti a venire e ti ho aspettato perché ho letto il tuo diario e voglio che me ne parli.

Gli chiesi di quale diario stesse parlando, sicuro che se avessi tenuto un diario lui sarebbe stata l'ultima persona a cui l'avrei fatto leggere.
-Il diario che pubblichi in rete, il Diario Musicale. Me ne ha parlato Albertine e io sono andato a leggerlo.
Caddi dalle nuvole perché non avrei mai pensato che un tipo come Charles potesse arrivare al mio diario musicale. Svuotai il mio secondo bicchiere di quel beverone superalcolico.
-Bene, hai letto il Diario. Cosa vuoi sapere ancora, di che cosa vuoi parlarmi?
-Ho visto che questo progetto ha l'ambizione di presentare tutto il sistema musicale occidentale. Molto interessante, ma quello che salta all'occhio è che non hai saputo presentare te stesso, che è lo scopo per cui generalmente si decide di mantenere un diario. E allora cosa lo scrivi a fare?
-È una sorta di esperimento sociale, volevo scoprire se esiste ancora una qualche forma di mecenatismo volontario o se l'arte, il pensiero, l'espressione siano interamente nelle mani del mercato.

La mia risposta non era del tutto sincera: In realtà avevo sperato ingenuamente che la pubblicazione di questo mio elaborato mi offrisse l'accesso a un mondo fantastico, popolato da membri dell'antica Compagnia d'Oriente, da artisti liberi, teosofi e maestri del pensiero. Niente di tutto questo, avevo scambiato la rete per l'agorà del mondo pensante, mentre il suo destino era quello di diventare l'hard discount più facilmente raggiungibile. Ecco come funziona il mio Diario musicale, migliaia di accessi dove ognuno si prende quello che gli serve e sparisce senza nenche un saluto. È così che funziona da quando non c'è più il popolo ma c'è la gente, perché la gente di adesso è fatta così. Ma non ero ancora pronto a condividere la mia disillusione con Charles che conoscevo appena o forse non conoscevo affatto. Così decisi di chiudere quell'argomento doloroso e portarlo su altre strade.
-E tu Charles com'è la tua vita, di cosa ti occupi e cosa ci fai in questo paese?
-Intanto io ci sono nato in questo paese, come mio padre e mio nonno (quello vero, non quello tedesco).
Ci vivo perché tutti mi conoscono e quindi posso lavorare.
-E qual è il tuo lavoro?
-Aggiusto le cose. Orologi, lavatrici, biciclette, televisori, tutto quello che si rompe io vado ad aggiustarlo a domicilio. Tutti mi conoscono, tutti si fidano (anche se tra loro si raccontano che sono il matto del paese),
mi chiamano persino da Montigny e da Charonville. Mi guadagno la vita così e riesco persino a metter via un bel po' di soldi. Così quando ho radunato un bel gruzzoletto me ne vado a Parigi, perché ho un'amichetta in rue St Denis che mi è molto affezionata. Rimango a vivere con lei finché posso e quando sono completamente al verde ritorno a Combray per lavorare. Ma ultimamente ci rimango il meno possibile. Troppi fantasmi in giro. Ma tu piuttosto cosa ci fai qui? Ormai sei in paese da parecchie settimane. Ti vedo spesso seduto su qualche riva a scrivere i tuoi quartetti assurdi. Ma in questi giorni ti osservo svogliato, assente. Vedo che non riesci più a raggiungere la concentrazione necessaria. Sembra che ti trascini tra un posto e l'altro senza scopo perché non sai più chi sei, non è vero?
Mi resi conto che Charles mi stava spiando da molto tempo ed ero molto contrariato per quella sua invadenza intollerabile. Si appostava nei luoghi che frequentavo per osservarmi e sospettai che sapesse sempre dove mi trovavo. Ma poi andava a dire ad Annie che mi cercava perché doveva parlarmi. Era una creatura davvero bizzarra, indecifrabile e forse pericolosa. Comunque sentivo che la mia pazienza si stava rapidamente esaurendo a causa di quelle sue allusioni oscure, della puzza di quella cucina, del disordine, della polvere.
-Forse io non so chi sono, ma credo di capire che stai per dirmelo tu, non è così?
-Certo che te lo dico, tu sei quello che scrive il Diario Musicale, quella è la tua opera e l'unica possibilità che hai di vivere e casomai di essere ricordato da qualcuno. Una forma d'arte nuova, libera e accessibile a tutti. Così hai scritto. E hai ragione, perché l'hai inventata tu. Ma invece di essere contento te ne vai in giro con la faccia di uno che gli è appena morto il gatto.

Pensai subito che dal suo punto di vista quello doveva essere un avvenimento particolarmente penoso (la morte del gatto), quindi l'analogia era corretta. Pensai anche che avevo trovato il mio primo fan, il matto del villaggio, ed ero incerto se mettermi a ridere o piangere.
-ti ringrazio per queste parole di lode e incoraggiamento ma penso che tu stia esagerando. La gente arriva al mio sito perché vuole sapere come risolvere un accordo di nona o come maneggiare le dominanti secondarie. Della mia storia e del mio progetto non frega niente a nessuno, credimi. Forse la rete non è il contenitore adatto perché sembra non permettere l'accesso a una fruizione attenta, consapevole e quando è il caso commossa.
La tecnica di consultazione che è andata via via affermandosi è quella di uno zapping costante e un po' nevrotico tra contenuti spesso contrastati e raramente approfonditi dal navigante in balia di venti e correnti che non può controllare. In altre parole mi sono affidato al corriere sbagliato, o forse ho sbagliato i tempi e mi sono rivolto a un ordine di lettori che non esiste più. Poco male. Ho troppe cose da fare per correre dietro a un pubblico immaginario.
-E allora perché continui a scrivere e a pubblicare aggiornamenti se non ci credi più?
-La risposta più facile è che scrivo perché non ho abbastanza soldi per pagarmi uni psicanalista. Non è del tutto sincera ma tu prendila per buona perché non ho voglia di pensarne un'altra. In verità non lo so nemmeno io perché scrivo il diario. Forse perché scrivere mi aiuta a capire quello che faccio, è il mio modo di aggrapparmi alla realtà, il tentativo di cristallizzarla in una pagina. Lo stesso processo che mi porta a scrivere la musica, i miei quartetti assurdi, come e li chiami tu, che sicuramente hai l'orecchio di un artigliere.
-Tu comunque secondo me i soldi per lo psicanalista li hai. E in ogni caso c'è Andrée che sicuramente non vede l'ora di vederti disteso sul suo lettino. Con me ci prova tutte le volte che mi incontra. Cerca di convincermi che adesso non c'è più l'anima, che adesso c'è l'inconscio e credo che sia attratta dall'idea di compilare un elenco di tutti i miei difetti. È una brava ragazza ma ha questa mania di volerti scandagliare il cervello a tutti i costi pensando che hai bisogno di cure. Quindi se vuoi scaricare i tuoi malumori parlando con qualcuno, lei è la persona giusta. Se invece vuoi venire con me, io la prossima settimana torno a Parigi, vado dalla mia gattina, si chiama Lena, mi è molto affezionata e mi piacerebbe presentartela, visto che siamo anche un po' parenti. Anzi, a dire il vero sei l'unico parente che mi è rimasto.

La bottiglia era finita, io non mi sentivo del tutto sobrio e avevo una gran voglia di andarmene. La quantità di dati con cui Charles mi bombardava, la puzza di gatto e la polvere mi spinsero ad alzarmi per uscire.
-Me ne sto andando. Alla fine cosa era che volevi quando fermavi Annie per dirle che volevi parlarmi?
-Quello che ti ho appena detto, non mi hai sentito? Volevo farti sapere che ho letto il Diario che stai pubblicando e volevo dirti di continuare a farlo. A occhio e croce, per come ti vedo io, tra poco sarai vecchio e questo sarà il tuo ultimo progetto. Se lo abbandoni sparisci, non sei più niente, non esisti più. Mi hai detto che hai un sacco di accessi, di visite. Magari tra questi c'è qualche membro dell'antica Compagnia d'Oriente di cui parli tanto. Ma quella stai sicuro che non è gente che si mette a scrivere una e-mail. Ecco cosa volevo dirti, stai raggiungendo il tuo proposito di moltiplicare gli accessi con il semplice passaparola e vai in giro con quella faccia da pesce bollito e la capoccia infarcita di preoccupazioni perché nessuno ti scrive. Mi sembra che il matto sei tu, non io.

Lo guardai cercando di frenare l'irritazione che stava ancora montando e che minacciava come al solito di spingermi a dire cose che non pensavo davvero. Ma non riuscii a essere garbato quando gli dissi:
- mi rimane da capire come questo tuo interesse un po' morboso su argomenti e situazioni che dovrebbero esserti abbastanza estranei, abbiano potuto scatenare in te questo fervore da missionario che mi sembra francamente fuori luogo a proposito del mio Diario Musicale.
- Volevo solo darti un consiglio, niente di più. Da un po' di tempo ti osservo e ultimamente ti ho visto in difficoltà
e così ho pensato di farti un piacere nel darti qualche suggerimento. Di solito la mia regola è di non fare piaceri a nessuno perché poi la gente si vendica dei favori che gli fai. Ma con te ho voluto fare un'eccezione, visto che come ti dicevo, sei rimasto il mio unico parente. Ti chiedo solo di riflettere sulle mie parole, non intendo oltraggiarti o nuocerti, voglio solo offrirti il mio punto di vista. Che magari potrebbe esserti utile.

Gli strinsi la mano senza calore e mi precipitai fuori da quella casa puzzolente senza aggiungere altro. Ritornare all'aria fresca fu come entrare in un'altra dimensione. Non tornai subito a casa ma continuai a camminare per il paese e la campagna perché avevo bisogno di pensare. Ripensavo a tutto quello che mi aveva detto Charles e borbottavo come un vecchio rimbambito mentre la gente mi guardava divertita. Può essere che io non sappia chi sono, ma sicuramente non so chi è Charles, pensavo. Mi sentivo maldisposto nei suoi confronti per mille motivi, per le pessime notizie che mi aveva dato a proposito del nonno, per la sua invadenza, per i suoi modi irritanti e persino per quella sua franchezza senza complimenti che al principio del nostro rapporto mi aveva divertito.
Eppure lui si comportava con me in modo amichevole e negli ultimi tempi dimostrava addirittura un temperamento socievole e cordiale nonostante l'antipatia quasi ostentata che ho sempre manifestato per la sua persona.
Iniziai a pensare che ero ingiusto nei suoi confronti perché avevo assimilato tutti i pregiudizi di un intero paese. Avevo iniziato a considerarlo uno svitato solo perché lo dicevano tutti ma adesso iniziavo a capire che Charles non era affatto un matto ma osservava con giudizio la gente intorno a lui, capiva con chiarezza come funzionano le cose e sapeva adattarsi a tutte le situazioni. Purtroppo si presentava male, per gli abiti logori, le croste in faccia, la puzza d'alcool, ma era lui stesso a chiarire che aveva rinunciato da un pezzo ad ogni specie di amor proprio perché troppo dispendioso per le sue risorse. E poi le cose che mi aveva detto a proposito di questo Diario dovetti ammettere che avevano un senso, anche se non le condividevo. Mentre ricordavo le sue parole mi venne in mente l'I King che avevo interrogato con Silvana prima di partire per Combray. Parlava del grande uomo e di quanto fosse propizio incontrarlo. Considerai per un attimo l'idea che potesse essere Charles, il grande uomo. Ma la scartai come inverosimile. E poi mi chiesi se ci credevo in queste cose del grande uomo, dell'incontro propizio e tutto il resto. Mi risposi -qualche volta-, per tagliare corto.

 

 

 

  
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